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dicembre 12, 2010 / Francesco

Protetto: Abbandonarsi alla vita.

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novembre 25, 2010 / Francesco

Cacciatore, raccoglitore.

Non ci sono, sono nato nel periodo storico sbagliato. Condivido questo destino sbagliato con un considerevole numero di persone, nate e morte a cavallo dei sette millenni che hanno preceduto la mia nascita.

Prima era tutto molto più semplice. Uno si alzava nel suo giaciglio di paglia e pensava subito a procacciarsi il cibo. E per procacciarsi intendo anche cacciare, nel significato stretto di trovare altri animali, di specie diversa, porre fine alla loro esistenza, cucinarli e nutrirvisi, una cosa assolutamente naturale. È per svolgere questo ruolo nell’ecosistema che l’uomo è geneticamente progettato. Geneticamente, quindi intellettualmente e fisicamente, un essere umano che nasce oggi è assolutamente alla pari rispetto ad un altro nato centinaia di migliaia di anni fa. Loro però erano più bassi, tutto qui. Abbiamo iniziato a diventare più alti da pochi minuti, rapportando il percorso evolutivo ad una giornata.

Milioni di anni di evoluzione e l’uomo è il cacciatore raccoglitore perfetto. Una creatura semplice e felice. I suoi parenti più stretti sono due specie di scimpanzè, esempi di pace e convivenza sociale felice; anche oggi, però negli zoo. È un cacciatore raccoglitore. L’uomo caccia e la donna raccoglie. Non è un discorso sessista, è un discorso naturale. La donna è gracilina per cacciare, e quando resta incinta non può fare nulla, in questa società naturale. È giusto così.

Quindi l’uomo è felice. Ne è a mala pena consapevole. Ciò che lo rende felice è cacciare, raccogliere, cibarsi, scopare, non soffrire il caldo e il freddo, non ammalarsi, vivere in società, con i propri simili. Sente il bisogno di affidare la propria anima a qualcosa di ultraterreno e si affanna in riti religiosi molto fantasiosi. Il suo status psicofisico ne trae giovamento. È in compagnia, non è mai solo, fisicamente e psicologicamente. Non soffre mai di depressione.

Non fa l’avvocato, non ha un computer, non ha macchine fotografiche né videocamere, non ha profilattici e non ha neanche riviste di moda. Non fa l’ingegnere. Non studia, impara vivendo. Nessuno gli dice dall’alto cosa gli deve piacere. Gli piacciono cose semplici.

Vive, davvero. Muore, davvero.

Un homo sapiens sapiens che nasce nel 2010 è identico in tutto e per tutto ad un homo sapiens sapiens nato nel 10000 a.C. Potesse scegliere, sceglierebbe di nascere allora, quando tutto era più semplice e felice. Avendo potuto scegliere, avendo potuto capire, io l’avrei fatto. Ora è troppo tardi.

Cosa mi sono perso?

novembre 1, 2010 / Francesco

Quella sensazione nell’addome.

Ancora una volta mi trovo qui a scrivere di me stesso. Spero di non peccare di troppo egocentrismo. È che non mi sembra che ci sia qualcosa di più importante, di più vicino, di più immediato di me di cui poter scrivere. La salute è la prima cosa. Riguarda noi stessi. Noi stessi. Io. Il mio benessere è la prima cosa. Per questo scrivo.

Oggi parlo di Felicità. Che mi manca. Perché? Non lo capisco. Quali sono stati i momenti più felici della mia vita? Quelli in cui ero troppo ingenuo per rendermene conto, e quelli in cui mi sono buttato a capofitto in un rapporto, credendoci con tutto me stesso, ad occhi socchiusi. Si tratta di quelle volte in cui mi sono sentito amato… sono tornato a casa con la gioia nel cuore, senza pensieri opprimenti, con una gaia confusione, una bambagia bianca ad avvolgere le meningi. Come si può spiegare a parole una sensazione così forte e importante?

Sono felice, sono in treno, in ritorno da Bari. Percorro quella via in salita, ascoltando gli Amari… Sono in pullman, nel primo pomeriggio. Sono felice, e Gianluca se ne accorge e me lo fa notare. “Sembri felice”. Sorriso. Sono su una altalena di legno, lei accanto a me, e leggiamo quel libro insieme con molta grazia e con tanta emozione. È un mondo diverso, in cui io sono re e lei è regina, e i nostri sottoposti sono sposi anche loro, sono nostri amici, e sono felici, come noi. Sono sdraiato e lei mi abbraccia, e mi riempie di baci soffici e lenti, e dolci come cioccolatini, e sono paralizzato dalla tenerezza.

Erano tutti dei sogni. Alcuni lo erano davvero, e mia madre mi svegliava sempre. Altre volte erano una pura illusione. Non c’è mai stato niente di reale? È sempre stato tutto un prodotto della mia immaginazione. Niente capace di durare? Qualcosa ha bisogno di durare per essere davvero reale? È stato tutto vero, anche se è durato meno di una frazione di secondo? Ho messo insieme tante frazioni e più che altro sembra uno specchio rotto e sbiadito.

Cosa mi manca per essere davvero felice?

settembre 8, 2010 / Francesco

Ti sei mai chiesto quale funzione hai?

Riprodurmi e procreare. È questo il senso della mia esistenza, la mia funzione, ridotta all’osso, privata di ogni fronzolo.

L’arte? Non ce ne sarà più alcuna traccia a breve. Abbiamo imparato a sconfiggere le malattie? Le scimmie si tolgono le pulci, noi siamo solo un po’ più complicati.

L’amore. è il modo in cui la natura – non madre natura, la nostra natura umana – ci rende schiavi. 

citando Huxley "Uno Stato "totalitario" davvero efficiente sarebbe quello in cui l’onnipotente comitato esecutivo dei capi politici e il loro esercito di direttori soprintendessero a una popolazione di schiavi che ama tanto la propria schiavitù da non dovervi neanche essere costretta. Far amare agli schiavi la loro schiavitù".

Forse Huxley non ci aveva pensato, ma è la natura stessa lo stato totalitario che ci rende schiavi, schiavi del proseguimento della specie, attraverso l’amore e gli altri ideali della vita.

L’arte, l’amore, la fama, il potere, gli scopi, i sogni. Sono tutte entità effimere, fittizie, che ci separano dalla verità, una carne troppo dura da mandare giù senza insalata.

La cosa più triste. Una qualsiasi felicità è raggiungibile esclusivamente attraverso la strada che la nostra natura ci impone. E saremo felici se avremo realizzato i nostri sogni (che però non corrispondono neanche lontanamente al nostro scopo, che è ben più crudo, chiaro?), saremo felici se amati, saremo felici se circondati dall’arte.

E sarà felicità vera, non mi fraintendiate. 

E quindi che il mio scopo sia quello di essere felice. Perché per raggiungere la felicità dovrò necessariamente assecondare la mia natura di essere umano.

http://piaruls.deviantart.com/art/Oxytocin-178468632

luglio 16, 2010 / Francesco

SepPiarulli. Resoconto periodico, schizzacervelli.

È passato così tanto tempo dall’ultima volta che ho provato a scrivere qualcosa da pubblicare sul blog che è ragionevole considerare la persona che sono ora diversa da quella che ha scritto l’ultimo intervento. È possibile azzardare l’ipotesi che sono una persona peggiore? Vediamo.
Se credete si tratti del solito banale intervento egocentrico ed egoista incentrato sull’autoanalisi pseudo meditativa… non vi sbagliate e ve lo sorbite. Così mi conoscete meglio, e così mi conosco meglio anch’io che mi serve.
Ho diciannove anni. Ho appena sostenuto l’esame di maturità, voto di uscita parecchio buono. È estate, è Luglio per la precisione. Qui fa caldo, fa un caldo da matti. Ho un jeans e una maglietta. Un attimo che mi spoglio. – Ecco fatto ora sono in mutande e maglietta, la tenuta ideale per scrivere all’una di notte. Che fascino che ha farlo. L’una e tredici. 113 come la 113 di paperino. 
I radiohead, di sottofondo. Ho trovato un live fantastico del 2001… il periodo di kid a / amnesiac… splendido. Lo ascolto e provo a scrivere qualcosa, a superare il blocco dello scrittore. A superare il blocco allo stomaco. È una pillola amara da digerire, questa vita qui. 
Vorrei un pianoforte per poterci scrivere una musica… Ma la mia tastiera è in macchina, nel cofano. Pausa. Con la musica non riesco a scrivere. Pausa. Bene. Silenzio.
Parla con te stesso e ditti: che prospettive hai nella vita? Analizzati, devi conoscere te stesso. Devi capire dove stai andando, per andarci bene senza sbattere la testa da nessuna parte. Gne gne. Odioso. Non mi interessa capire dove sto andando. Cazzo! La vita va vissuta in avanti, ma deve essere capita a ritroso. Io non voglio sapere dove sarò tra dieci anni, con chi sarò, cosa farò, se ci sarò. È stupido, stupido. Non porta da nessuna parte porsi obiettivi a lunghissimo termine. È stupido, gli obiettivi a lungo termine sono delle cose idiote. Dove sarò tra dieci anni? Non mi interessa saperlo, non mi interessa ipotizzarlo! Non si fanno percorsi dal presente al futuro. Si capiscono i percorsi dal passato al presente. Tra dieci anni tutto avrà avuto un senso. 
Poco chiaro, lo so. Non mi importa. A me sembra tutto limpido e lineare. 
Le decisioni che compio sono spinte dal mio personale gusto e dalle mie convinzioni. Sono una persona piuttosto convinta. Mi baso su questo: mi piace il mio modo di essere (fino a quando fattori esterni non mi dimostrano fino a che punto possa essere una persona di merda), e dato che questo è vero quasi sempre, le decisioni che compio mi devono piacere per forza. Mi piacciono perché le fa una persona che mi piace. Sarei io. Che mi piaccio. Si. No. No? Ma certo. Che no.
Sono ad un punto di arrivo e di nuova partenza, ma non ho voglia di partire. Non voglio lasciarmi dietro le cose che ho, le persone che mi sono a fianco o che lo sono state fino ad ora. Ho tanta voglia di amare e di essere amato, ma non riesco ad incanalare tutto ciò nell’ottica del presente, preferendo quella del passato. Il distacco da 5 anni di vita liceale è duro. Non riesco a capire quali sono le cose che devo abbandonare e quelle che invece devo portare con me, perché mi servono. Le mie idee… Molte sono superate. È dimostrato che le cose che penso e dico non sono sempre infallibili come credevo. E allora che posso fare? Andare a tentativi. Non ho paura di sbattere la testa. Perché so già il male che fa.
Riformuliamo: ho paura di sbattere la testa contro un materiale nuovo, che non conosco. È un dolore sconosciuto. È la vita, e mi spaventa. È come sporgersi sul trampolino prima di fare un tuffo che non hai mai fatto, che temi ti farà un male cane perché ti butterai troppo forte o troppo piano, sfracellandoti contro il pavimento d’acqua fredda. Tu non lo vuoi lasciare quel dannato trampolino. Senti come è ruvido, è ruvidissimo. Ti piace perché lo conosci, ti ci identifichi. Lo ami. Perché credi di sapere cos’è l’amore. 
Io ho diciannove anni e non ho ancora capito bene cos’è l’amore. È difficile da spiegare a parole… Alberto. Ho tanto predicato l’amore in ogni sua forma, ma in realtà del sentimento non ho mai visto neanche l’ombra. Orazio. Che strano.
E poi studiare, trovare un lavoro, guadagnare dei soldi, per cosa? Ti compri una casa, una macchina nuova, il nuovo mac (visto che il televisore non ti interessa, tu sei avanti piarullino mio). Prendi tutta questa roba e ti circondi…. Molto gradevole tepore indolore ma non inodore (l’odore dei mac nuovi è da orgasmo). Ti circondi e sei anestetizzato, mentre l’orologio d’oro da polso – che non ti è mai piaciuto – nel cassetto segna lo scorrere delle ore che ti separano dalla tomba. Cassa da morto in mogano verniciato. Io non mi faccio cremare, le mie ossa sono tutto quel che ho. Ossi di seppia. sepPiarulli.
Non ti bastano le cose, tu vuoi anche le persone. Un girotondo di affetti che ami e ti ricambiano. Ogni tanto nel modo in cui vorresti, ogni tanto no. La felicità vera non è nelle cose ma nelle persone. Non è nel ricevere affetto ma nel darlo. Sei in mezzo alla gente, lei ti riconosce e tu riconosci lei. Tu dipendi dai tuoi amici ed è meraviglioso perché vivere in società è una droga, ma non brucia cellule cerebrali. È a rimanere da soli che si diventa pazzi… E io la solitudine la conosco bene. È sempre li, nella mia testa. Quando non c’è la vorrei, e quando c’è vorrei cacciarla a calci, vorrei il calore di un abbraccio che mi manca. Quando gli abbracci ci sono sono superflui e ti danno zero. È raro che ci sia il tempismo giusto. Che bello quando succede. e invece quando li vorresti sei solo e il massimo che tu possa fare è abbracciare un cuscino di lattice. Neanche le piume. Il lattice. Abbracci i resti di un albero, neanche i resti di un’oca. L’oca almeno ha un cuore che batte. L’albero ha delle radici profumate ma luride che si infilano nel terreno come una mano gigante a volerselo prendere tutto per se. Il Terreno. Sporco e cacato terreno di campagna giapponese o indonesiana o di dove cazzo pppiantano le pppiantagioni di lattice.
Vorrei finire. C’è molto ancora da dire. Notte. Una e cinquanta cinque.
aprile 27, 2010 / Francesco

Spesso il male di vivere…

Ho voglia di scrivere qualcosa di grandioso. Verrà fuori una porcheria ne sono convinto ma ci do sotto lo stesso. Sono privo di idee ma ho voglia di esprimere qualcosa di interiore.
Nel 1829 Joseph Niépce fondava insieme a Louis Daguerre una società per lo sviluppo di tecniche fotografiche. Nel 2009 guardavo le mie fotografie risalenti ad appena cinque anni prima e una risata mi spuntava sul volto. Un volto tenero da bravo ragazzo con dei denti enormi e delle occhiaie appena accennate. Eredità dei miei genitori.
Non mi piace. Rincominciamo.
La vita umana è tristezza, dolore, sofferenza, passione – passione dolorosa, giusto per essere precisi. La felicità è una illusione. La felicità non è cessazione del dolore, questa è una idea da sfigati – l’ha partorita Leopardi. La felicità è una iniezione di valium che ti rimbambisce e poi ti rendi conto che non è servita a un cazzo perché appena finisce l’effetto vorresti urlare e sputare l’anima. Hai gli spasmi, volontari. Ti muovi in quell’oceano di letto bollente e gelido dell’ospedale perché muovendoti non pensi al dolore fisico che stai provando. Sbatti la testa a destra a sinistra. Sbatti le gambe e il tuo torace segue il movimento e si torce. Dolore. Parte dal corpo e si fa strada fino al sistema nervoso centrale, infettandolo. Non puoi pensare, è un incubo e lo stai vivendo. La morfina non è la soluzione. Non esiste soluzione, devi soffrire, devi morire. 
Qualche altra volta il dolore parte dal sistema nervoso centrale e si fa strada verso il tuo organismo. Ti passa la fame e la sete e all’improvviso l’unico bisogno che senti è fissare un punto morto nella tua stanza peggiorando le cose. Mangiare la nutella non è la soluzione. Diventare freddi è la soluzione. Freddi come un iceberg. Tenere una massa gigantesca fatta di carbone nero sotto un chilometro d’acqua, seppellirla per bene li, e mostrare un cucuzzolo bianco calvo solitario fermo appuntito e tagliente al mondo.
Non scassatemi la minchia se ogni tanto con quel diamante solitario vi rovino la nave di passaggio. Divieto di balneazione nelle mie vicinanze.
Sono la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. Un giorno il sole devastante del meriggio creperà il mio marmo in profondità. La nuvola si farà tuono. Il falco verrà ammazzato. Questa è una risoluzione accettabile. L’unica che valga la pena di essere.
Sono soddisfatto.
aprile 19, 2010 / Francesco

Un Sogno: Assemblea di istituto chitarristica.

Raccontiamo il sogno che ho appena fatto.
È una assemblea di istituto piuttosto raccolta, organizzata dalla Bufi (ed fisica) e retta da Valerio (lab di info) e il Messia (info teoria). È raccolta perché siamo quattro gatti, entriamo tutti in una stanza, per la precisione siamo nel salotto di casa di mia nonna (ovvero casa mia prima che venisse ristrutturata: il sogno ha preso forma in un luogo che dunque non esiste più, se non nei ricordi di chi ci è passato).
La gente che popola questo giorno è assolutamente varia. Studenti, della mia classe, del liceo di ruvo, di ogni età, arrivano in salotto, e si sistemano, mettono gli zaini un po’ ovunque e poi tutti seduti. C’è anche Ciccio, e ho come la consapevolezza che in sala ci siano anche Annarita e Arianna. Io mi siedo con Gianluca e Alberto, attorno al tavolo tondo dove mia nonna metteva i fiori finti. Siamo io gianluca valerio e il messia seduti a quel tavolo.
Arriva una chitarra acustica, e Valerio inizia a suonarla come se fosse una slide da tavolo, poi tutto imprisciato dice che Tiesto Dj è così, fa il digei, poi suona la chitarra slide, fa tutto lui, è un grande. Non sapevo che Valerio suonasse la chitarra, è discretamente bravo, fa degli accordi molto accattivanti, poi il Messia attacca a parlare. Mi faccio passare la chitarra, è piuttosto fica, non è una chitarra acustica come poteva sembrare, ma è effettivamente una chitarra da tavolo, una slide preparata con alcuni oggetti (fili di stoffa) posti tra una corda e l’altra. Sulla stessa chitarra sono presenti più corde, come la Moonlander di Lee Ranaldo, però in versione acustica.
Arrivano quindi parecchi chitarristi che conosco a volerla suonare, sono tutti presenti in sala. Però hanno una particolarità: sono chitarristi perché io so che suonano la chitarra, ma non li ho mai visti suonare nella vita vera. Così non ci sono Biagio, o Orazio, o Daniele e così via, ma per primo prende la chitarra Francesco de Chirico, e ci suona qualcosa di carino. Poi la prende Flavio, con dei capelli che immagino molto fichi (immagino, visto che non l’ho mai visto di persona). Inizia a suonare, e riconosco gli accordi, sicchè inizio a cantare, e canta anche lui. "Ovunque Andrò" delle Vibrazioni. Si unisce il resto della sala, e cantiamo Ovunque Andrò delle Vibrazioni per tutta la durata del pezzo.
L’Assemblea è sciolta, io cerco Flavio per dirgli che è stato bravo, e che non immaginavo sapesse suonare la slide (preparata poi). Però non lo trovo, e mi ricordo che avevo una giacca, e non è dove l’avevo lasciata: l’ho persa. La cerco, Gianluca e Alberto escono ridacchianti, stronzi, anche nei sogni. Probabilmente me l’hanno nascosta, oppure l’hanno buttata giù dalla finestra. La Bufi mi consiglia di cercare negli armadi di casa di mia nonna. Cerco, poi inizia a fare un gran caldo e mi viene da tossire.

In realtà stavo tossendo nella vita reale. Mi sono svegliato. Avevo le gambe sudate, cosa molto fastidiosa. Dormire con il piumino a metà Aprile non è il massimo.

File:Moonlanderbihead.jpg
Ecco, questo è un particolare della Moonlander di Lee Ranaldo. Una chitarra nata per fare rumori, di certo non Ovunque Andrò delle Vibrazioni.
aprile 6, 2010 / Francesco

Diciannove Febbraio 2011. Terlizzi. Un racconto breve.

Diciannove Febbraio 2011, sei del mattino e gianluca era gia sveglio. Non aveva nessun vero motivo appartente per essere gia in piedi. Il letto era caldo, ardente ancora della nuda notte di sogno che Gianluca aveva scacciato aprendo gli occhi.
Odio, odio, odio. Lo pervadeva, prendeva posto dietro la nuca e dentro il suo cranio, divorandolo. Aveva voglia di urlare, strinse i pugni e li schiantò contro le pareti, con un vigore impressionante.
Un lucido oceano, pelle madida di sudore, turgida dallo sforzo e dall’eccitazione. Ce l’aveva avuta davanti fino a poco prima. Una chioma infinita di capelli emanava odore vero, il suo. Eppure, non era come sempre. I loro movimenti non erano armoniosi, le loro urla, i loro gemiti non risuonavano della stessa melodia. Odio, odio. Si derivano a vicenda, con ogni muscolo, con ogni atto, con ogni suono. Poi avevano iniziato con i morsi, violenti e dolorosi. Godevano l’uno del dolore dell’altro. Ad un morso più vigoroso di lei sul naso di lui il dolore aveva come rotto un muro di cristallo, riportando Gianluca  alla sua camera, che, ora, risuonava sorda. Prese tra le mani il suo costosissimo cellulare, un touch screen della apple. Chiamata rapida, Alberto.
-Pronto, Gianlù?
-Oh Albe, scusa per l’orario…
-Che cazzo vuoi, sono le sei! Dormi!
-Oh senti ascoltami… Ma ilaria cosa…
-Ancora con ilaria? Ma vaffanculo gianlù!
Chiuso.
Una scarica elettrica attraversò le sinapsi di Gianluca. Assecondò il suo istinto, scaraventando il telefono sul pavimento.
-Gianlù… mado… che è successo? – Il fracasso aveva svegliato Claudia, sua sorella. – Dormi clà, non è successo niente- -Ma stai piangendo??- -No. Io non piango-. Effettivamente non piangeva. La sua mente, ora più fredda che mai, era troppo occupata per concedere al corpo un lusso del genere.
“Alzati in piedi. Percorri la camera fino alla porta. Attraversa il corridoio, con calma. Sei in cucina. Prendi il coltellino svizzero, può tornarti utile. Non avere paura. Infila le scarpe. Stai calmo. Impongo al cuore di rallentare il battito. Bene. La giacca è sulla sedia. Prendila. Potrebbe far freddo là fuori. Non prendere l’auto, non abbiamo fretta. Sei fuori Casa sua non è troppo lontana, arrivaci. Io aspetterò.”
Gianluca percorse pacatamente Terlizzi. Il sole era freddo e lontano, il vento pungente. Con la stessa gioia di un bambino allo zoo per la prima volta si guardava intorno, ammirando la bellezza degli spazi che lo circondavano.
Ventitré minuti dopo era sotto casa di Ilaria. La sua mente tornò a farsi viva.
“Sei arrivato. Bene. Tira fuori il coltellino. Il seghetto andrà bene, si. Ecco, ora sei pronto. Suona il campanello”.

Diciannove Febbraio 2011, cinque del mattino. Ilaria era sempre stata mattiniera. Una volta aveva sentito che le persone che necessitano di poco sonno sono le più sveglie e produttive. Ilaria era in piedi, si sentiva sveglia e produttiva. Aveva l’acqua sul fuoco e le foglie di tè verde sul tavolo. Nell’attesa che l’acqua bollisse si era truccata, era bellissima.
Erano le sei, il tè verde l’aveva predisposta a vivere positivamente la giornata che le si prospettava davanti. Aprì i libri che aveva chiuso la sera prima e ci si immerse nuovamente. Il piacere che deriva dallo studio è qualcosa che prescinde i rapporti umani, le relazioni interpersonali. Libido che deriva dal sapere, una forma nobile per godere, dimenticando il mondo. Ilaria la pensava così. Visse trentaquattro minuti di godimento quella mattina, poi un suono la interruppe.
Il citofono aveva squillato una sola volta, intensamente. Incuriosita rispose -Chi è?- Nessuna risposta. – Chi è? Uooo? Chi è?- Decise che sarebbe uscita dalla finestra. Fu così che accadde, che vide.

Diciannove Febbraio 2011, sette e trentacinque. Il fascio di luce solare che penetrava in camera di Alberto non gli impediva di dormire alla grande. Il telefono squillò per un minuto e mezzo prima che Alberto si rendesse conto della cosa e rispondesse. -Pronto- -Albe…- Corrado aveva la voce rotta dal pianto. -Chi sei?- – Albe… non fare il coglione… Gianluca è morto, è morto!- Alberto era sveglio. – Vuoi dirmi chi sei? Che cazzo dici?- – Sono Corrado… Albe è orribile, era tutto insanguinato, aveva un coltellino svizzero ancora infilzato nell’addome. Non aveva più la faccia… I suoi occhi! I suoi occhii! Albee….”. Alberto prese l’auto e arrivò a Terlizzi. Ricordò per sempre quel giorno. La volta più triste che il male relativo aveva avuto ragione. Ancora una volta.

- Io volevo tenerlo non pubblicato. Ma dopo il video delle sgommatazze questo è il minimo! Buona giornata :) -

febbraio 10, 2010 / Francesco

Amore Day.

Anche quest’anno è natale e siamo tutti più buoni. Per un giorno, poi torno a fare lo stronzo.
Anche quest’anno è il v day è siamo tutti più socialmente politicamente attivi. Per un giorno, poi torno a votare Berlusconi.
Anche quest’anno è san Valentino, e per fortuna me lo sono ricordato. Altrimenti non me la dava per mesi.

Amore one day. La cosa più squallida che ci sia! Sono istintivamente contro le giornate che festeggiano qualcosa. Natale,  San Valentino, Ferragosto, i V Day. È proprio il formato del giorno singolo ad essere sbagliato. Se io mi comporto bene lo faccio tutto l’anno. Non solo a Natale. Se sono consapevole della situazione politica demmerd in cui l’italia versa, mi comporto in una certa maniera quando vado a votare, e se nessuno mi rispecchia, cazzo, mi candido io, se ho le palle di far cambiare qualcosa, senza nascondermi dietro una massa.

Se amo una persona lo evidenzio in ogni istante, in ogni azione, in ogni singolo atteggiamento. Mi viene spontaneo, perché AMO. L’amore è una cosa fantastica. E san valentino non c’entra un cazzo con l’amore.

I toni scurrili sono voluti.

Questo intervento è una pietra lavica a forma di cuoricino informe. Godetene.

febbraio 9, 2010 / Francesco

Il buongiorno si vede dal mattino, è risaputo.

Il rumore di un interruttore che si spegne, seguito a breve distanza da quello inconfondibile della porta di casa che si chiude. Sono le sei del mattino, non hai bisogno di trovare il cellulare\sveglia sul pavimento per avere conferma. Pensi che bello, ho un’altra ora di sonno. Ti stai prendendo in giro, è evidente. Ci hai messo trentacinque minuti ad addormentarti, sei ore prima. Cosa ti fa credere che ora sarà diverso? I piedi sbattono contro la fine del piumone, entra uno spiffero, rabbrividisci. Ti affretti a trovare la stessa posizione calda che occupavi fino a qualche secondo prima che si spegnesse l’interruttore. Non la trovi mai pienamente, lo sai, ma ci provi, e sperimenti attimi di felicità, brevi e fugaci, interrotti un istante dopo da un altro spiffero, e dal tuo pensiero fisso. Lo aspettavi, lo evitavi. Arriva inesorabile.

Adesso sei sveglio. Vuoi dormire. Ti rannicchi di lato in posizione fetale. Due secondi e sei a disagio anche in questa posizione. Pancia in giu, spifferi. Inspiri ed accidentalmente ti finisce la saliva giu per la trachea, soffocandoti. Tossisci nel cuscino, per non dare fastidio a chi a tua differenza, ha la fortuna di dormire. Sei proprio un bravo ragazzo. Lo sei veramente? Te lo chiedi spesso, vorresti non esserlo, ma non saresti te stesso. Essere se stessi è la prima cosa. E’ la prima cosa? E se? Non esserlo. Esserlo. Calore ai piedi. Respiri i suoi capelli, ti si scalda il cuore. Non ci sono più spifferi, dormi, sogni. Sogni di svegliarti, di riempire il bicchiere di latte, infilarlo nel microonde e inondarlo di nesquick e zucchero. Routine, anche nei sogni, per fortuna solo in quelli crepuscolari. Hai avuto una notte tormentata, il sogno banale te lo puoi permettere. E’ un rifugio confortevole, diverso dai sogni profondi che fai quando ci sono le tenebre vere. Ultimamente li ricordi tutti. Vorresti non averne memoria, ma saresti ancora più frustrato dalla cosa. Sognare e non ricordare, lo hai fatto per troppo tempo. Ora che ricordi quello che sogni è puro male di miele. E ti piace, e ti scava.

È passata un’ora dallo sbattersi della porta. In realtà è passata un’intera giornata, e lo senti sulle tue braccia, stanche nell’afferrare il cellulare per impedirgli di squillare ancora. Ti stendi sul letto. Tutto il sonno che ti è mancato nell’ora precedente si fa vivo ora. Stronzo. La  prima parola della giornata è "vaffanculo", sottovoce. Ti alzi dal letto e stai per cadere, come sempre. Ti mantieni saldo alla scrivania, come sempre. Ripercorri la tua routine, con una velocità e una precisione invidiabile: sette minuti prima sei nel letto, sette dopo sei nel pullman, sei un orologio svizzero. Latte, microonde, cesso, vestiti, latte caldo, nesquick, zucchero, cucchiaino, bere, succo d’arancia, denti e faccia, zaino pronto, giubbotto, scarpe, ciao mamma, hai preso la merenda, si, prendi la merenda, sei fuori, corri, brivido di adrenalina. Sei nel pullman e hai il fiatone. Fai sedere Benedetto che è un compagno di pullman molto piacevole. Dormi, se sei fortunato. Se sei fortunato sogni di nuovo.

Un inizio invidiabile di giornata. Fossero tutti così.

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