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settembre 6, 2011 / Francesco

Protetto: Al mondo ci sono miliardi di persone ma sono così relativamente poche le persone con le quali realmente vale la pena di passare del tempo. Una di queste persone è mio padre.

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luglio 13, 2011 / Francesco

Menata inutile sul nome di battesimo – da non leggere se si intende evitare la noia mortale.

Mi chiamo Francesco. Francesco è il nome più diffuso in italia, a pari merito con Andrea e Giuseppe (Giuseppe soprattutto in suditalia). Francesco è la parola del vocabolario italiano che meno di frequente pronuncio o sento pronunciare durante la giornata.

Nessuno mi chiama Francesco, ovviamente, perché sarebbe un appellativo che non mi identificherebbe in maniera univoca, essendoci un fottio di Francesco in questo paese in questa regione e in questa penisola. E allora come mi chiamano le altre persone? Mi chiamano Piarulli (cognome decisamente poco diffuso nella mia citta: mi identifica in maniera univoca) oppure Perry (il mio soprannome, inventato da Erica, utilizzato inizialmente dal nucleo del mio gruppo, i Fleurdalì). E fin qui non ci sono problemi.

C’è stato un certo periodo in cui mi dava molto fastidio che le persone che non avessero a che fare col gruppo mi chiamassero Perry. Ora non mi da più fastidio anymore. E chiunque può chiamarmi perry.

Prima i miei nonni mi chiamavano Francesco sempre. Ma poi sono morti. Prima un paio di amici e la ragazza di cui ero innamorato mi chiamavano “Fra”. Ora sento meno quegli amici e anche la ragazza. Non sono senza amici, solo che ormai mi chiamano Perry o piarù. Prima la mia mamma mi chiamava in continuazione per casa per farmi fare servizi “vinc…francescooooooooo” (si confonde sempre tra i nomi dei suoi figli, è tenera). Ora che sto preparando esami su esami non mi chiama più e mi lascia in pace tutto il giorno.

Il punto è che in questo specifico momento della mia vita, oggi, tredici luglio duemila undici, non c’è più nessuno che mi chiami Francesco. E da oltre due settimane io non ho mai sentito pronunciare a nessuno il mio nome.

Oggi ho mangiato fuori, e quando sono tornato a casa ho suonato il citofono, e mia sorella ha risposto “chi è?”. Stranamente invece di trovare una delle mie risposte coglione (le più gettonate: giacomo, gianfranco, pino, lockness, uuuuarhrhh, josh homme), oggi avevo voglia di rispondere col mio nome.

Chi è? Francesco.

Il mio nome di battesimo non mi era mai suonato così strano. Non sembrava neanche che l’avessero pronunciato le mie labbra. Non so più neanche con che accento pronunciarlo. Non corrisponde a me.

Il punto (2) è che tutto ciò mi ha lasciato del tutto indifferente. Fine.

 

 

Mi rendo conto che chiunque debba imbattersi in questo cumulo di feccia autoreferenziale non può fare a meno di innervosirsi. Chiedo perdono. Era una cosa che avevo bisogno di scrivere per fissare un po’ meglio la situazione.

 

ahaha. mia sorella mi ha appena chiamato france. :)
quindi probabilmente tutta sta pappardella era una menata inutile.

giugno 22, 2011 / Francesco

Cos’hanno in comune tutte queste domande?

Perché vesti sempre di nero? Hai fame? Sorridi mai quando sei da solo? Guarda questo paio di tette. Ti stai arrapando? Studi? A che ora vai a letto? E a che ora ti svegli? Sei stanco? Di già? E dormi.

aprile 9, 2011 / Francesco

Al drive in c’è un cane bellissimo.

Son così giù di morale e stanco che sarebbe un’offesa non scrivere in un momento come questo.

Gli animali hanno una capacità innata nel percepire e capire gli stati d’animo senza usare il linguaggio parlato. Un cane addomesticato non parla col tizio che lo accudisce e gli da da mangiare e lo porta a spasso a fare la popò ma capisce benissimo se è felice o se è triste, se ha bisogno di coccole o di tranquillità.

Gli uomini parlano un sacco tra loro e non lo capiscono, non si capiscono, non capiscono come stanno, non capiscono un cazzo. Poi si mandano gli sms, le email, le chat su facebook ed è ancora peggio, è un totale disastro. Nell’ultimo periodo mi ha incuriosito molto l’espressione “il linguaggio vizia”. No. Il linguaggio è un vizio, è IL vizio. Le parole mangiano via la realtà come faccio io quando ho fame e faccio sparire una pizza in sei minuti e mezzo.

Le parole sono il primo passo con cui l’umanità si è costruita la gabbia a specchio in cui ogni individuo è rinchiuso, intrappolato nei propri problemi. Quando il primo hominide ha coniato la prima parola, per primo ha perso un po’ di quella straordinaria, magica capacità che hanno gli animali meno evoluti di comunicare e capirsi per davvero, e di capire la natura, di capire tutto. I volatili lo capiscono subito quando un cataclisma sta per accadere, e volano via. Gli uomini sono troppo occupati a bla bla bla bla bla. Centinaia di pinguini sanno bene in che luogo trovarsi per la stagione dell’amore, senza mandarsi sms o organizzare eventi su facebook. Una mamma, quando suo figlio la sveglia piangendo, capisce immediatamente il motivo per cui il piccolo piange, e lo fa senza parlarci. È una dote straordinaria che hanno le donne, l’ultimo residuo di quella portentosa capacità animalesca di comunicare col corpo, con gli odori, con la temperatura, di decifrare tutte queste numerosissime variabili e di capire tutto per davvero, senza usare le fottute parole!

Stasera, come ho già detto all’inizio, ero molto giù di morale, come stamattina, come ora. Ora un po’ meno. Ero al drive in e guardavo un film bellissimo. Alla fine del film il bellissimo cane (credo sia di Dario), mi si è avvicinato fino a sfiorarmi, e ho iniziato ad accarezzarlo. E ho pensato (ho pensato parole, vizio del mio essere umano, maschio, alessitimico, con il muro a specchio e compagnia bella). Ho pensato “cane, cane bellissimo. riesci a percepire ciò che ho dentro, semplicemente dalle carezze che stai ricevendo?”. Quel cane bellissimo non mi cagava. Ho continuato ad accarezzarlo e ho pensato più forte, senza parole. Allora il cane ha fatto questa cosa straordinaria. Il cane ha tirato su la zampa e me l’ha poggiata sulla gamba, come a volermi consolare. Gliel’ho accarezzata, l’ha ritratta. Poi ha allungato di nuovo la zampa in direzione del palmo della mia mano, e gliel’ho afferrata, e ci siamo stretti per le mani.

marzo 22, 2011 / Francesco

Pubblicità.

L’altra mattina ero in stazione a Bari e aspettavo che arrivasse il treno. Il binario era vuoto quindi era possibile vedere chiaramente tutta la parete piena di cartelloni pubblicitari, immensi.

Il primo che noto è una pubblicità dell’IPERCOOP. Ci sono gli sconti, si possono comprare tante cose ad un buon prezzo, e passare una splendida giornata con la famiglia tra bar pizzerie e gelateria. A Bari, Zona Industriale.

Poi c’è l’abnorme ammiccante cartellone della Yamamay. Ci sono queste tre immense donne bone in biancheria. Sono enormi, sono bone, hanno le TETTE delle dimensioni di un vagone ferroviario e sono mezze nude. Due si guardano tra di loro e la terza guarda te, e ti parla, e ti dice: “voglio scoparti, qui, con le mie amiche davanti che ci guardano. qui. sotto l’albero di natale”. si, me n’ero scordato, c’era pure un albero di natale sullo sfondo. ma come fai a notarlo con sei tette davanti. non puoi. A Bari, Corso Cavour 115.

L’ultimo è il tristo, GIALLISSIMO cartellone del COMPRIAMO ORO a caratteri cubitali. PAGHIAMO PIU’ DI TUTTI. E poi PAGHIAMO IN CONTANTI, subito. A Bari, Via Lattanzio 15.

Io li ho guardati da sinistra verso destra. Li riguardo ora da destra verso sinistra. ORO. TETTE. IPERMERCATO.

Oro. Tette. Ipermercato. È questo che voglio. È questo che farò. Venderò tutto il mio ORO. Pagano subito. Pagano più di tutti. Pagano in contanti. Userò i contanti per comprarmi un paio di TETTE, come quelle della modella Yamamay. Le compro, non in Corso Cavour, ma sulla statale. Le compro, le noleggio per un’ora. E quello che mi rimane lo spendo all’Ipercoop. Dalla statale ci si arriva in due minuti. Ci sono gli sconti. Ci sono le offerte. È questo che voglio.

È questo che voglio.

O è questo che VOGLIONO?

marzo 9, 2011 / Francesco

La Teoria dei Fotoni.

Non lo faccio spesso, anzi credo che sia la prima volta che succeda. Cosa? Ecco cosa. Invece di scrivere qualcosa di mio, ho ricopiato questa mezza paginetta da un romanzo che sto leggendo. Pensavo di apporci qualche riflessione personale ma non c’è nulla da dire. È solo molto interessante rifletterci sopra.

Vedi, io all’università ho fatto fisica. E mi sono ricordato di avere imparato che un atomo, passando da uno stato all’altro, emette una particella di luce detta fotone. E soprattutto mi sono ricordato la domanda che mi hanno fatto all’esame, su questo argomento: da dove salta fuori, mi hanno chiesto, quel fotone? Come fa ad apparire? Dov’era prima? Questo, sul libro, non c’era scritto: era un modo per vedere se ci avevo ragionato sopra. E io, che non ci avevo ragionato sopra, ho detto una sciocchezza: ho detto che il fotone si trova già dentro l’atomo. Dunque mi è stato spiegato che no, il fotone non si trova affatto dentro l’atomo. Il fotone compare nel momento stesso in cui avviene la transizione dell’elettrone, e compare proprio a causa di quella transizione. Capisci? È un concetto semplicissimo: i suoni che la mia voce produce in questo momento non si trovano dentro di me. Ecco come sono riuscito a rassegnarmi alla disonestà di Jean-Claude senza dover cancellare trent’anni della mia vita: le azioni che ha commesso negli ultimi due anni non si trovavano dentro di lui. Come i fotoni, sono comparse in un momento ben preciso, per cause ben precise.

Sandro Veronesi, Caos Calmo. Pag.161-162

File:Military laser experiment.jpg

gennaio 9, 2011 / Francesco

Un respiro.

L’italia è bellissima. E oggi c’è il sole.

Quanto verde, quanti prati e quanti monti. Quanti paesi poggiati sui versanti, ostinati, incastrati tra i boschi. Una nuvola immensa protegge la cima del monte dai soffi di vento, come un cappello di lana bianca.

Posti di cui innamorarsi, persone da amare, storie da vivere e raccontare, cieli azzurri da ammirare. Notti stellate da godere sul punto più alto del mondo. Guardare giù e rimanere sorpresi dalle luci della città così lontane e così belle. Guardare tutto da un finestrino, o sporcarsi le scarpe con la terra; trovarle pulite dalla rugiada. Camminare tanto e senza fretta per non perdersi un millimetro di mondo.

gennaio 7, 2011 / Francesco

Scavare in profondità.

Ho bisogno di tempo. Per metabolizzare che è un sogno troppo grande e luminoso che non c’è. Riesci a vederlo? È il rumore delle foglie che cadono…. È la ricerca della sensazione che sei troppo piccolo per affrontare. E allora come fai? Rischi. Domani…. E oggi intanto stai qui e continui a bere l’acqua da un bicchiere vuoto. Ti piace il sapore che ha il nulla? Pero è meglio che star male. Lo è? Chieditelo. No no. Non me ne vado se non lo fai. Ok. Fatto? Grazie. No no. Ora sto meglio…. Sul serio.

dicembre 29, 2010 / Francesco

Scriviamo una poesia. – Scriviamo una poesia mediocre. – Scriviamo una poesia a caso.

Labbra sottili,
labbra carnose.
Restano rosse
come le rose.

Nasi gentili,
nasi massicci.
Piccole opere
di estasi divina.

Rompi le righe,
corri su bighe.
Scarpe sottili
e dolorose.

Credi nel vento
credi nel mare.
Vuoi il salento?
Vai a cagare.

Rendi il tuo nettare
puro e inviolato
fino a trovare
il tuo giardino incantato.

La tua, natura
è riluttante
a rivelarsi
rimane oscura.

C’è una cometa
ricca di luce,
lascia che cada
lascia che bruci.

Un’aria pura
ricopre le vesti
camera oscura
dei prati rupestri.

È un cannibalismo ascetico.

Dal sapore ipercondriaco.

dicembre 22, 2010 / Francesco

Dodici mesi.

Il sapore che ha il tempo di oggi saprò gustarlo solo ripensandoci domani. Saprò capirlo solo pensandoci tra un anno.

Dodici mesi fa l’aria che respiravo era fresca, pungente e piena di prospettive.
Nulla era successo e io avevo fretta che tutto prendesse forma. Mi manca, quel tempo, perché l’ignoto è buio ma accogliente: ha un tepore magico che senti sulla faccia e nella mente. Quando invece tutto è accaduto rimane solo una strada fredda già tracciata che devi percorrere a piedi nudi e non ti va.

Voglio delle ciabatte, una coperta e un elettroshock sotto curarizzanti.

Ho avuto un pensiero che mi è balenato in mente così forte che ho avuto bisogno di ripeterlo ad alta voce tante volte in maniera ossessiva. Come i compulsivi. Il pensiero: si può star bene senza stare male? E poi mi sono ricordato che è il testo di una canzone. Sono banale: anche nei pensieri originali arrivo per secondo.

Io, saprò renderti felice? E tu. Saprai rendermi felice. E saremo felici… SI.

Voglio rompere il pavimento, romperlo a martellate e camminare sul terriccio caldo in campagna a piedi nudi, riscaldato dal sole di giugno, il mio mese preferito. Il mio abbraccio lo voglio dal sole. Il sole caldo è un abbraccio, il vento freddo è carta vetrata su di me. Basta.

Ah se fosse giugno…. ma purtroppo è dicembre. E allora, ripeto.
Voglio delle ciabatte, una coperta e un elettroshock sotto curarizzanti.

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